Trivelle si o trivelle no?

Nelle ultime settimane i telegiornali non hanno fatto altro che riportare alla ribalta del dibattito popolare la questione delle trivelle. ll quesito è stato posto da nove Regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Il testo originale proponeva 6 quesiti referendari, i cinque quesiti saltati puntavano a restituire agli enti locali un ruolo rilevante nelle decisioni sullo sfruttamento di gas e petrolio. Ruolo ridimensionato con la legge Sblocca Italia.

piattaforma_petrolifera1Partiamo con il dire che ogni qual volta la politica da la facoltà di scelta ai propri cittadini è giusto esprimere il proprio parere, sia che questo sia positivo o negativo.

Il testo del referendum dice:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

La domanda probabilmente non sarà di facile comprensione per tutti, cerchiamo di semplificarla (come hanno fatto già altri) in questo modo:

Quando scadranno le concessioni per l’estrazione di idrocarburi nelle acque italiane entro le 12 miglia (19 chilometri) dalle coste, volete che l’estrazione venga fermata anche se nei giacimenti ci sono ancora idrocarburi?

Da quello che posso capire non si parla di stop alle trivellazioni (come qualcuno sostiene) ma vengono prese in considerazione solo i giacimenti attualmente in uso. Il comma 17 del decreto legislativo numero 152 già sancisce il divieto di effettuare trivellazioni entro le 12 miglia. Quindi è già vietato.

Ma qual’è la situazione attuale? 

Ci sono 66 concessioni attive con 110-130 piattaforme operative. Di queste, solamente 21 concessioni sono attive entro le 12 miglia e perciò di interesse per quanto riguarda il referendum: 1 in Veneto, 1 nelle Marche, 2 in Emilia Romagna, 2 in Basilicata, 3 in Puglia, 5 in Calabria e 7 in Sicilia. Non ci sono invece dati ufficiali che permettano di distinguere quanto petrolio proviene dalle 21 concessioni entro le 12 miglia e quanto dalle 45 concessionioltre le 12 miglia. Le più vecchie richieste di estrazione ottennero concessioni per 30 anni negli Anni Settanta, e alcune hanno già ottenuto proroghe di 5 o 10 anni. Quelle che hanno ottenuto le concessioni in anni più recenti continueranno a estrarre idrocarburi per 15-20 anni ancora.

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Quindi, cosa succede se passano i “SI”?

Le concessioni attualmente attive non potranno essere rinnovate alla loro scadenza, anche se il giacimento non risultasse esaurito. Però rimane la possibilità di effettuare trivellazioni al di là delle 12 miglia. Le associazioni promotrici hanno più volte ribadito che le piattaforme italiane non possono causare incidenti simili a quello che si verificò nel Golfo del Messico nel 2010, in ogni caso, sostengono, sono sempre possibili incidenti di minore entità che, in mari chiusi come quelli italiani, possono alterare l’ambiente anche profondamente. È un rischio che non vale la candela, affermano, perché le quantità di petrolio e gas dei nostri mari sono limitate. Sostengono inoltre che l’estrazione di petrolio danneggia il turismo. In Emilia Romagna, una delle regioni con più piattaforme, è anche una delle regioni con la migliore qualità del mare, e il turismo è sempre stata la principale fonte di guadagno della romagna.  Verrebbe da pensare, quindi, che il turismo non subisca grossi effetti.
Sulla qualità del pesce pescato, il ministero della salute, sostiene che non vi siano controindicazioni, poichè tutto viene controllato prima di arrivare sulle nostre tavole.

Cosa succede invece, qualora il quorum non venga raggiunto o vincano i “NO”?

Non cambia pressochè nulla, le concessioni potranno essere rinnovate, dando pieno potere alle regioni sull’accettare o meno la proroga.

Sono vere le congetture sulla possibilità, qualora vincano i “SI”, che molte persone possano perdere il lavoro?

Parto da un ragionamento logico, se sulle piattaforme ci lavorano persone, nel momento in cui la piattaforma cessa la sua attività, le persone rimangono senza lavoro o vengono ricollocate? E’ vero probabilmente che la perdita del lavoro non sia immediato. Le concessioni per almeno altri 5 anni verranno portate a termine, ma poi? Cosa succederà ai dipendenti delle aziende? Parliamo di circa 3000 lavoratori in Italia.

Quanta energia produciamo con l’utilizzo delle piattaforme?

Le stime sono variabili, c’è chi parla del 3%, chi del 14%. Quello che è certo è che producendola risparmiamo in acquisto. Che sia del 3 o del 14, poco cambia. Sono tutti soldi risparmiati, sia nel pagamento di altri stati, sia nel passaggio nel mare di petroliere o altri mezzi di trasporto. Per quanto riguarda invece l’energia rinnovabile prodotta possiamo farci un’idea guardando il grafico

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Non sappiamo se i dati sono veritieri o meno (presupponiamo lo siano) ma quello che possiamo notare senza troppi dubbi è la crescita costante di produzione rinnovabile. Quindi sarebbe smontata l’ipotesi da parte del movimento no-triv che denuncia la mancanza di volontà da parte dei governi di puntare sull’energia pulita anzichè sul fossile. Di sicuro è l’intera leadership mondiale che non punta decisa sul rinnovabile, l’Italia, per quanto possibile mi pare lo faccia. Partiamo anche con il deficit geopolitico di non avere risorse energetiche al nostro interno, oltre a quelle mostrate in precedenza.

Ma chi guadagna da queste trivellazioni?

Secondo Nomisma-Energia, la tassazione complessiva a cui sono sottoposte in Italia le società petrolifere è pari in media al 63,9 per cento , un livello «relativamente alto» nel confronto tra i Paesi Ocse. Rispetto alle aziende di altri settori, quelle che estraggono idrocarburi pagano in più le royalties, imposte applicate sul valore di vendita del gas o del petrolio estratto. Succede quasi in tutto il mondo. In Italia le royalties per chi trivella in mare sono però piuttosto basse: il 7 per cento per il gas e il 4 per il petrolio. Nel 2015 tutte le estrazioni, sia su mare che in terra, hanno prodotto un gettito da royalties pari a 352 milioni .
Quindi diciamo che lo stato, le regioni e i comuni hanno un buon gettito da questo tipo di attività.

Ho come l’impressione che, nonostante le valide intenzioni dei promotori del “SI”, il vero senso di questo referendum sia quello di screditare il governo, dopo aver tolto tanti privilegi alle regioni.
Le battaglie sul rinnovabile penso si debbano fare in maniera molto più intelligente, magari proponendo idee o, nel piccolo orto di ognuno di noi, partendo dalla semplice immondizia prodotta all’interno delle nostre case.

E’ giusto andare a votare, è giusto anche informarsi e prendere coscienza di ciò al quale daremo una risposta.
Questo post non vuole essere ne un pro si ne un pro no, è il solo frutto di considerazioni personali.
Sono disponibile a cambiare idea 🙂

 

Trivelle si o trivelle no? ultima modifica: 2016-04-14T18:59:00+00:00 da facciamolobio

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